EpisodioS2 · E2· 16:49

Ricordare

Dove sono finite le chiavi? Per ritrovarle riavvolgete ieri sera. Dalla storia di Clive Wearing, il musicista che vive in un presente di pochi secondi, alle tre memorie di un chatbot. E poi il problema opposto: macchine che ricordano troppo, conversazioni finite su Google, chat cancellate che non erano cancellate davvero. Chi decide che cosa una macchina deve dimenticare?

Ascolta e iscriviti

Lunedì mattina, siete in ritardo. Giacca, borsa, telefono: tutto pronto, tranne le chiavi di casa. Non sono sul mobile dell'ingresso, né nella tasca della giacca, né in quella del cappotto che non mettete da un mese e che controllate lo stesso.

Allora fate una cosa che nessuno vi ha mai insegnato: tornate indietro. Non con i piedi, con la testa. Ieri sera. Sono rientrato con le buste della spesa, avevo le mani piene, ho appoggiato tutto sul tavolo della cucina, ho messo il latte in frigo... Ed ecco le chiavi, in frigo, accanto al latte.

In quel momento non cercavate le chiavi: cercavate ieri sera. Avete riavvolto un pezzo di vita come un film, e ci avete trovato dentro quello che serviva. Lo fate ogni giorno, e nessuna macchina sa ancora farlo davvero bene.

L'uomo che si sveglia ogni pochi secondi

Per capire la memoria conviene partire da una storia vera, da raccontare con delicatezza: il protagonista è ancora vivo.

Clive Wearing, negli anni Ottanta, è un musicista inglese stimatissimo: esperto di musica rinascimentale, direttore di coro, al lavoro per la radio pubblica britannica. Nel marzo del 1985 si ammala. Un virus comunissimo, quello dell'herpes, gli arriva al cervello e distrugge la parte che serve a fissare i ricordi.

Da allora la sua memoria dura pochi secondi: tra i sette e i trenta, dicono i medici. Poi tutto si cancella, e ogni momento è il primo in cui si sveglia. Il suo diario è pieno, più o meno, della stessa frase: "Adesso sono davvero sveglio", con l'ora accanto. Ogni volta la frase precedente viene barrata, perché Clive è certo che fosse sbagliata: non ricorda di averla scritta.

Quando la moglie Deborah entra nella stanza, lui la accoglie con una gioia immensa, come se non la vedesse da anni, anche se è uscita pochi minuti prima. Lei ha raccontato la loro storia in un libro, Forever Today: per sempre oggi.

Poi il dettaglio che lascia senza fiato. Mettete Clive davanti a un pianoforte e suona. Dategli una partitura e la legge. Mettetelo davanti a un coro e lo dirige. Il ricordo di ciò che è successo se n'è andato; il ricordo di come si fanno le cose è rimasto. La memoria non è una sola: una custodisce i fatti, l'altra i gesti.

Tre quaderni, una lavagna e una rete che si dimentica

Le memorie sono tre, e nessuna somiglia alla nostra.

La prima si è formata in fabbrica, durante l'addestramento. Miliardi di pagine si sono trasformate in quei numeri che nella prima stagione abbiamo chiamato pesi: lingue, fatti, modi di ragionare. Assomiglia a Clive al pianoforte: sa come si fanno le cose, ma non ricorda quando le ha imparate. Ed è congelata: il modello sa tutto fino a un certo giorno, come chi si sveglia senza sapere che è passato un anno.

La seconda è la conversazione, che in gergo si chiama finestra di contesto. È una lavagna: il modello la rilegge ogni volta, da capo, prima di rispondere. Ma quando aprite una chat nuova la lavagna è pulita, e il modello, in un certo senso, si sveglia per la prima volta. Solo un paragone, certo: la sofferenza di una persona è un'altra cosa.

La terza è la più recente. Per non ricominciare sempre da zero, gli assistenti hanno cominciato a prendere appunti. Oggi i grandi assistenti tengono un quaderno su di voi, con il vostro lavoro, i vostri gusti, i nomi dei vostri figli, e lo rileggono prima di rispondere. È un trucco: il modello non ricorda, consulta.

A giugno 2026 OpenAI ha dato un nome al sistema che, mentre non state parlando con l'assistente, riordina questi appunti: elimina i doppioni, corregge ciò che non è più vero, mette in fila le cose importanti. Lo ha chiamato Dreaming, sognare. Non è un nome così fantasioso: anche noi, dormendo, riordiniamo la giornata e decidiamo che cosa tenere.

Perché non lasciare che le macchine imparino mentre parlano con noi? Per un problema vecchio di trent'anni: l'oblio catastrofico. Se insegni a una rete neurale una cosa nuova, rischia di cancellare le vecchie. Nel 1989 McCloskey e Cohen insegnano a una rete le addizioni con l'uno e poi quelle con il due: imparando le seconde, la rete dimentica le prime. Come se, studiando lo spagnolo, vi dimenticaste l'italiano. Per questo i modelli imparano in fabbrica e poi si fermano.

Funes, o il peso di ricordare tutto

Fin qui le macchine dimenticano. Il pericolo vero potrebbe essere l'opposto.

In un racconto di Jorge Luis Borges, del 1942, Ireneo Funes cade da cavallo e da quel momento ricorda tutto: ogni foglia di ogni albero, e ogni volta che l'ha vista. Sembra un superpotere, è una condanna: per ricostruire una giornata intera gli serve una giornata intera. E non riesce più a pensare, perché per pensare bisogna lasciar perdere i dettagli e vedere l'albero, non le singole foglie. "Pensare è dimenticare", scrive Borges.

Ora immaginate un assistente che ricorda tutto ciò che gli avete detto: le domande sulla salute alle tre di notte, le paure, le cose scritte e poi cancellate. Utile? Moltissimo. Inquietante? Anche.

E non è fantascienza. Nell'estate del 2025 si scopre che molte conversazioni con ChatGPT sono finite tra i risultati di Google. Bastava che, condividendo una chat, qualcuno spuntasse una casellina che diceva più o meno "rendi questa conversazione trovabile". Un'inchiesta ne conta quasi quattromilacinquecento, con dentro curriculum, problemi di lavoro, perfino questioni di salute mentale. OpenAI toglie la casellina in poche ore, ammettendo che rendeva troppo facile condividere per sbaglio.

Sempre nel 2025, durante la causa tra il New York Times e OpenAI, una giudice americana ordina all'azienda di conservare tutte le conversazioni, comprese quelle cancellate dagli utenti. Per mesi cancellare una chat non ha voluto dire cancellarla davvero. In autunno l'obbligo è stato tolto, ma il punto resta.

Chi decide che cosa dimenticare

Il primo siete voi: la memoria degli assistenti si può guardare, correggere, spegnere. È un quaderno da cui potete strappare le pagine, e spesso è acceso senza che ce ne accorgiamo. Il secondo sono le aziende, che stabiliscono che cosa conservare e per quanto. Il terzo sono giudici e leggi: in Europa esiste perfino un diritto all'oblio.

Qui arriva il paradosso. Da un archivio i dati si tolgono; ma se sono finiti nell'addestramento di un modello, toglierli è quasi impossibile, come voler estrarre un uovo da una torta già cotta. I ricercatori lo chiamano machine unlearning, il disimparare delle macchine, ma per ora nessuno sa farlo in modo affidabile.

Noi umani abbiamo un vantaggio enorme: dimentichiamo da soli. Quasi tutto ciò che ci succede svanisce, ed è un bene: così perdoniamo e andiamo avanti. Le macchine dimenticano solo se qualcuno glielo dice.

Torniamo alle chiavi. Le avete trovate riavvolgendo ieri sera, ma per farlo avete lasciato andare quasi tutto il resto: che cosa c'era in televisione, di che colore era la busta. La vostra memoria vi ha dato solo quello che serviva. Ricordare bene vuol dire tenere il filo e lasciar andare il resto. Le macchine stanno imparando la prima parte; la seconda, per ora, tocca a noi.

Quanto rende più difficile staccare la spina il fatto che le macchine abbiano una memoria? Il voto dell'allarmometro è 4. Oggi la memoria di un assistente è soprattutto un quaderno di appunti, che si può leggere, correggere e spegnere: un agente che ricorda è più capace e un po' più difficile da azzerare, ma la spina c'è ancora. Il voto non misura la privacy, storia molto più concreta, dove sarebbe più alto. Che le macchine ricordino è un fatto; quanto debba preoccuparci è una stima.

Ricordare il passato, però, non basta per agire: bisogna saper vedere il futuro prima che arrivi. La prossima volta si parte da un bicchiere appoggiato sul bordo del tavolo.

Fonti e approfondimenti